Un tempo bastava una parola
per aprire le porte della giornata.
Ci raccontavamo anche il silenzio,
certi che dall’altra parte
qualcuno avrebbe saputo ascoltarlo.
Poi qualcosa cambiò.
Non ci fu una lite memorabile,
nessuna frase capace di ferire
abbastanza da spiegare la distanza.
Soltanto risposte più brevi,
attese più lunghe,
domande rimaste senza seguito.
All’inizio cercai ragioni,
inventai impegni,
giustificai assenze.
Credevo che l’amicizia
fosse una casa
momentaneamente chiusa,
con la chiave ancora sotto lo zerbino.
Finché un giorno compresi
che non stavo aspettando qualcuno.
Stavo difendendo un ricordo
dalla verità del presente.
Non ti auguro il male,
né desidero che tu ritorni
per riparare ciò che non riconosci.
Conservo il bene che ci fu,
ma non gli permetto più
di decidere per me.
Le strade percorse insieme
non diventano sbagliate
soltanto perché, a un certo punto,
hanno smesso di incontrarsi.
Eppure c’è una cosa
che ancora mi sorprende:
non mi manca soltanto
la tua presenza,
mi manca la naturalezza
con cui credevo di potermi fidare.
Forse è questa
la vera fine di un’amicizia:
non quando due persone
smettono di parlarsi,
ma quando una delle due
smette di cercare nell’altra
la persona che ricordava.
E se un giorno ci incontreremo,
potremo anche salutarci
senza rancore.
Non saremo più quelli di allora.
Ma almeno sapremo
che ciò che abbiamo vissuto
è esistito davvero,
anche se non è riuscito
a durare.